Sab. Ago 29th, 2026

Il filo rosso

13 Ottobre 2025

Conosci Martina?

Testo e foto: Piero Marinò

Martina non è una città come tante altre, pure belle! No. Martina è diversa:  unica! Questa consapevolezza, però, non deve essere motivo di altezzosa vanagloria ma, al contrario, innescare un atteggiamento degno di chi sa di aver ereditato un patrimonio non comune e vuole dimostrare il proprio amore curando, tutelando e valorizzando questo scrigno da consegnare alle giovani generazioni. Martina è, nel suo insieme, una città artistica. Un’opera d’arte. C’è da sfatare uno stereotipo, un’etichetta che è stata sempre affibbiata alla nostra città: Martina città barocca. Non è proprio esatto, perché il Barocco, come ho avuto modo di precisare  (Terrae, Locorotondo, febbraio 2025, pag. 61), ha proiettato un cono d’ombra sulla produzione artistica dei secoli precedenti. “Qui mangi pane e Barocco” intitolava un bel reportage su Martina realizzato dalla rivista Bell’Italia nel 1995. Martina era una splendida città anche prima dell’età del Barocco, anzi, a ben guardare, è stata  una città con una spiccata vocazione artistica sin dalle sue origini. Nel volume Martina nel ‘500 e ‘600 ho censito, provenienti dal XVI e XVII secolo, 38 ingressi al piano terra,  19 finestre con epigrafi datate, 17 con epigrafi senza data e 47 senza epigrafi. Oltre a sette portali in bugnato. Oltre al portale del palazzo Marino Motolese (1567) in via Arco  Casavola. A questi secoli risalgono il Palazzo Ducale,  le chiese di San Martino (quella romanica sostituita dall’attuale basilica barocca),  San Pietro Martire (sostituita dall’attuale San Domenico), della Vergine Santissima delle Grazie (poi Sant’Antonio), San Giovanni dei Greci, Santa Maria della Misericordia (poi Madonna del Carmine), San  Pietro dei Greci, della Provvidenza, della Madonna della Sanità, della Santissima Trinità (Ospedale), San Michele Arcangelo, Madonna di Loreto, Santissima Annunziata, Santa Maria d’Idria, Spirito Santo, Santa Maria della Pace, San Francesco da Paola, Monte Purgatorio, Santa Maria della Purità, San Francesco d’Assisi.

Non male per una città definita barocca!

La verità è che Martina era una città artisticamente dotata già nel ‘500, nel ‘600! Occorre allora rivedere quella etichetta che fu attribuita al barocco, definito orizzontale per precisare che la condivisione di questo stile fu un fenomeno esteso, non soltanto agli esponenti della classe egemone, ma anche a larghi strati meno abbienti della popolazione. Ora poiché anche nel ‘500 e ‘600 vi fu un’ampia adesione ai canoni dell’architettura rinascimentale, testimoniata da una numerosa serie di finestre cinque – seicentesche, da portali e chiese cancellati e sostituiti dal Barocco, dobbiamo dedurre che il gusto per l’arte, a Martina, fu coltivato dalla comunità non solo nel Settecento, il cosiddetto secolo d’oro, ma anche nei secoli precedenti. Orizzontale, quindi, era il gusto artistico di tante famiglie anche nel ‘500 e ‘600. A differenza di tante altre città in cui troviamo alcune chiese ed alcuni palazzi artisticamente rilevanti, Martina era, ed è, tutta quanta bella: oltre alle chiese, già citate, monumenti sono visibili non solo nelle vie principali (Vittorio Emanuele II, Cavour, Principe Umberto, Mazzini, Filippo Buonarroti), ma anche in strade secondarie (Dante Alighieri, Presacaro, Alfieri, Arco Nigri, Giambattista Vico,  Orfanelli, Conte Ugolino, La Favorita, Machiavelli, Giannone, Paolo Chiara, Cirillo, Vincenzo Gioberti,  Ferrucci, Salvator Rosa, Pietro Cossa, Arco Casavola, Ignazio Ciaia, Monte D’Oro, Poerio, Agesilao Milano, etc.) e  nei vicoli più nascosti, sicché possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che l’artisticità di Martina è un fatto collettivo. Il principio guida era la tendenza ad esibire, a mostrare il proprio palazzo come una epifania. Chi passeggia in maniera non distratta per le vie del centro antico potrà rendersi conto che un filo rosso lega i luoghi della città, una coerenza invisibile congiunge isolati, chiese e residenze private, pareti. Un denominatore comune caratterizza manufatti artistici realizzati in secoli lontani tra loro.

Largo  Colletta 9 – Il lavoro sulla pietra assume, in questa finestra, le caratteristiche di un minuzioso cesello lapideo, degno di un orafo più che di uno scalpellino, nel quale ogni spazio è occupato da motivi floreali e foglie di acanto.

Via Beatrice Cenci – Una fusione di decoro ed eleganza, grazia e ambizione è presente in questa bellissima finestra del 1516 situata in via Beatrice Cenci (foto a sinistra) – Via Manzoni – Lungo lo spigolo di un edificio, situato tra via Manzoni e Via Saraceni, all’incrocio di due pareti, fu costruito un finestrino, nel 1744, quasi a voler dare un carattere di fantasia e di creatività all’abitazione (foto al centro) – Vico II Masaniello – Gli ingressi di semplici case occupate da persone non appartenenti al ceto benestante, furono abbelliti con eleganti cornici sulla porta per dimostrare la condivisione di uno stile ormai imperante nel Settecento (foto a destra).

Coloro che si aggirano dunque nel dedalo di strade, in una condizione di animo assorto, non potranno non notare che uno stesso stato d’animo pervade i luoghi: un afflato, una presenza spirituale costituita da grazia e decoro, eleganza e sobrietà, da compostezza e fantasia, da una costante ricerca di Bellezza. La presenza del giardino, annesso a tante residenze pseudo nobiliari, era un chiaro richiamo alla purezza dell’ambiente originario. L’affinità dei portali, prima rinascimentali e poi barocchi e rococò, era la testimonianza della condivisione di una visione comune della città ideale da realizzare e da esibire in terra d’Otranto. Questi aspetti, che caratterizzano l’abito della città, sono presenti dappertutto, nella loro varietà, con un ritmo costante, senza mai scadere nella uniformità. Nello srotolarsi di chiese e portali, di balconi e finestre, cornici e figure antropomorfe, c’è una topografia costituita da ricordi e ambizioni, da sentimenti e fantasie popolari, da aspirazioni e pensieri, da emozioni, sogni, desideri di magnificenza. Si giustifica pienamente, allora, la definizione che formulò lo storico napoletano Lorenzo Giustiniani (1761 – 1824) il quale, nel tomo V (a pag. 391) del suo Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, Napoli 1795-96, denominò Martina Città di Grazia in Terra d’Otranto, cogliendo, con queste poche parole, l’essenza profonda della città.

Per le strade, purtroppo deserte, del centro storico aleggia, sempre comunque, un’atmosfera di calda intimità. Per queste vie è ancora oggi possibile smarrirsi, cogliere impressioni, comunque dolcissime, perché la grazia è dappertutto: nelle finestre rinascimentali, nei portali barocchi, nelle civettuole finestre rococò, nelle epigrafi in lingua latina, nelle cariatidi e nei cartigli animati da putti, nelle foglie di acanto e ghirlande di fiori, nei satiri al posto dei capitelli. La città come un sogno. A queste espressioni artistiche disseminate per ogni dove, all’interno della città, non furono certamente estranei gli ordini conventuali considerato il contatto continuo che i frati eruditi avevano con la popolazione. Ad esaltare la bellezza, il decoro, la grazia di queste forme artistiche contribuisce in maniera determinante la scena urbana che caratterizza l’antico centro abitato fatto di piccoli isolati divisi, tra loro, da un meandro di stradine curve, improvvise svolte, un labirinto di vicoli e slarghi nel quale è facile perdersi, per cui l’impatto, sempre imprevedibile, con i manufatti all’interno dell’intricato reticolo viario,  non fa che suscitare, aumentare la sensazione di meraviglia: non c’è via, non c’è ‘nchiostra che non riservi una sorpresa, un’elegante scaletta, un balcone in pietra, un’edicola votiva nascosta, un mascherone apotropaico, un’epigrafe. L’insieme di tutti questi manufatti e la presenza diffusa di segni devozionali, conferiscono un carattere di sacralità al nostro centro storico dove tutto è simbolo, magia, emozione!

La linea curva, sinuosa e accattivante, recita un ruolo da protagonista in un cartiglio di via Giovan Battista Vico e in una finestra di largo Colletta (foto a sinistra e al centro) – Via Principe Umberto – La testa di un cherubino tra festoni floreali, foglie di acanto, giochi di volute, conchiglie e motivi vegetali costituiscono la cornice di questa deliziosa finestra rococò in via Principe Umberto (foto a destra).

Il motivo della doppia spirale è presente nei manufatti in pietra, in legno, nel ferro battuto, nel marmo, nelle decorazioni con lo stucco.

Questo filo rosso  è ciò che lo scrittore latino Servio Mario Onorato ( fine IV sec. d. C.) indicò con l’espressione Nullus locus sine genio est: non esiste  luogo senza uno spirito, un’anima. Questo spirito, questa anima dei luoghi non potranno, però, essere percepiti se noi non andiamo a questo incontro come ad un concerto di musica sinfonica, con uno stato d’animo preparato, disposto ad ascoltare; se non ci sono i presupposti idonei per un dialogo, del tutto particolare, nel quale tutti i nostri sensi sono coinvolti. I manufatti artistici non sono qualcosa da collezionare freneticamente, foto da pubblicare sui social, ma stati d’animo con i quali entrare in contatto. Un contatto nel quale lo stupore deve essere la modalità di relazione; la meraviglia lo strumento di conoscenza.

La chiave di volta per addentrarsi nei meandri della comunicazione estetica è l’empatia, un processo di immedesimazione in virtù del quale l’opera, il manufatto perdono la propria natura materica e acquisiscono una dimensione quasi umana: l’oggetto diviene soggetto, comunica con il fruitore. La percezione, allora, non è mai un processo passivo, unidirezionale,  ma comunicazione, conoscenza, comunione, dialogo tra due spiritualità.

Percepire è svelare a se stessi. L’uomo è nel mondo. E nel mondo egli si ri-conosce dando un senso a tutto ciò che lo circonda.  La percezione di un portale barocco, di una finestra rinascimentale, della facciata di una basilica, è fatta di suggestioni, colori, profumi;  la facciata di una chiesa, il suo interno, un portale barocco, una finestra rinascimentale vanno osservati in maniera solitaria. Il primo contatto fisico con un manufatto è un momento delicato, importante nel rapporto che si instaura dall’inizio. L’opera di fronte alla quale ci poniamo irradia energie, comunica, è la traduzione di un sentimento. Dobbiamo interrogare  il segno, la materia, per capire qualcosa di più: prima dell’oggetto c’era un’idea, un disegno che cercava di estrinsecarsi nell’incontro con la materia giusta.

Elementi di disturbo, al momento dell’approccio con l’opera, sono il frastuono, l’eccessivo viavai, il traffico, rumori vari, interferenze. Un approccio errato, infelice, con la forma compromette l’idea che può generarsi nella nostra mente e nella nostra psiche.

La vista di un portale a bugnato ci pone a contatto con le linee e i volumi, con l’alternanza delle bugne, quadrate e rettangolari, con la temperatura e la rugosità della pietra, le scalfitture del martello sulla materia.   La percezione dell’opera, pittorica, scultorea o architettonica, è condizionata da una serie di variabili che hanno un’incidenza notevole sul rapporto che instauriamo. Mentre le sculture e i quadri, situati all’interno di chiese o residenze nobiliari, sono soggetti, per lo più, alle medesime condizioni di luce e temperatura, l’architettura, nelle sue parti esterne, è più soggetta alle condizioni climatiche: pioggia, sole, cielo coperto, pioggia, neve ne determinano l’interiorizzazione.  La pietra assume una colorazione diversa secondo la stagione, più calda in estate, soprattutto se esposta ai raggi del sole; più fredda nella stagione invernale.

L’Architettura parla, si esprime a modo suo, si fa poesia, musica e trova sempre nuove forme espressive alle quali noi dobbiamo prestare ascolto.

Nel nostro centro storico abbiamo uno scrigno unico, ricco di capolavori e passioni, luogo incantato di straordinaria ibridazione artistica, creato non solo grazie all’ambizione del ceto agrario benestante, ma dalla intera collettività coinvolta nella definizione del comune spazio urbano.  E noi?  Cosa facciamo per godere pienamente di tanta bellezza che ci viene invidiata? Cosa facciamo per tutelare un simile patrimonio identitario di inestimabile valore artistico, economico, sociale e religioso? Cosa facciamo per far conoscere ai giovani una parte tanto significativa della storia della nostra città?

Via Giannone – Più di due secoli e mezzo separano questo magnifico manufatto dalla finestra di via B. Cenci. Le linee rigide, ferme, severe di quest’ultima sono scomparse e curve sinuose contrassegnano la finestra rococò, ma la ricerca di eleganza, di grazia è sempre presente.

Lo stesso monumento, una chiesa, una residenza nobiliare, provocano suggestioni differenti a seconda delle condizioni nelle quali avviene il contatto. Un manufatto, nel tempo, col variare delle stagioni, si offre al nostro sguardo, alla nostra attenzione, in forme diverse, suscitando reazioni differenti.

Le linee curve, a volte sospese sulla parete, virgole di pietra, tracciati sinuosi e svolazzanti che si inseguono o sembrano duettare, danzare, che si accartocciano, si addentrano, rimbalzano, esprimono gioia di vivere, allegria, eccitazione, movimento elegante.